Queen: quella notte all'opera. La fondazione del regno. La storia di A Night At The Opera



Introduzione.

A Night At The Opera è universalmente riconosciuto come il capolavoro dei Queen e Bohemien Rhapsody è più volte stata indicata come la canzone più importante di tutti i tempi, certamente quella più amata, superando anche mostri sacri come Beatles e Rolling Stones. Su questo album è stato davvero detto di tutto e gli stessi membri dei Queen non hanno mai lesinato racconto e spiegazioni sulla loro “Opera”, tanto da pubblicare pochi anni fa un bellissimo dvd-documentario. Ma nonostante con tutti gli articoli finora scritti si potrebbe idealmente riempire un’intera biblioteca, sui capolavori c’è sempre modo e tempo di aggiungere qualcosa, quasi che sia l’opera stessa a richiedere un nuovo tributo di conoscenza a approfondimento. Così è giusto tornare a parlare di A Night At The Opera con la trascrizione integrale di un articolo che senza difficoltà posso definire bellissimo, perfetto per iniziare a festeggiare i 40 anni dalla pubblicazione dell'album.

Uscito a cavallo tra il 2009 e il 2010, è tratto da un magazine musicale molto ben fatto: Classix. Scritto a più mani (ne sono autori Francesco Pascoletti, Gianni Della Cioppa e Paolo Bertallozzi), l’articolo presente innumerevoli pregi, primo fra tutti la grande accuratezza nel raccontare la genesi del disco ma anche il momento storico vissuto dai Queen durante la sua realizzazione. Non mancano nemmeno alcuni retroscena davvero gustosi, come l’indicazione dei brani scartati dalla tracklist finale dell’album e rimasti tuttora inediti. Il tutto permeato da un grande senso della storia del gruppo e della sua reale essenza. Spesso ci lamentiamo dell'incapacità di alcuni cronisti di spiegare i Queen e la loro musica. Stavolta è con grande piacere che vi rendo partecipi di questo pezzo di rara di bravura. 



Parte Prima: Per molti ma non per tutti.

Da sempre in bilico tra detrattori spietati e adoranti sostenitori. Fra quelli infastiditi dal carattere istintivo, eclettico, pomposo e “poco colto” della produzione (si faccia caso a tutte le volte in cui si è parlato con spregio di barocchismo), e coloro che li amano proprio per questo, per la loro mutevolezza, per il coraggio di osare fino alle soglie del ridicolo (ammettiamolo, anche in anni di eccessi prog rock cantare in falsesso “Scaramouche, Scaramouche will you do the Fandango?...” con gorgheggi da castrato richiedeva una certa dose di genio e follia!) o del disastro (ehm, qualcuno ricorda “Hot Space”?...), per il loro non essere mai rock o pop o dance ma mescolare ogni elemento caratterizzandolo con un suono di insieme assolutamente caratteristico e unico.
Fra tristi addii e ritorni voluti a furor di popolo ma poi, curiosamente, passati quasi inosservati (al di là della cerchi di fans, “The Cosmos Rocks” ha scosso ben pochi), con una formula magica che ha purtroppo perso il più prezioso fra i suoi elementi alchemici, i Queen rimangono un monumento solido e imponente, una pietra chiassosa, sgargiante ma anche rara e luminosa, incastonata fra le sontuose pieghe della storia del rock.
Forte di un sound di matrice hard, accompagnato a una vena melodica vezzosa, ricca di citazioni retrò, folle e sontuosa, i marchio dei Queen forse non può vantare la stessa influenza di un Bowie (che però guarda caso a sfornato con loro una fra le più apprezzate perle pop degli anni 80), ma non ha mancato di finire nei tributi di alcuni fra i più celebri e disparati rappresentanti dell’universo rock: dai Metallica ad Axl Rose (che ha più volte citato “Queen II” fra i suoi album preferiti), dai Dream Theatre a Trent Raznor (una magnifica cover di “Get Down Make Love” è stata inclusa nel singolo di “Sin”), passando per Anthrax, Extreme e Yngwie Malmsteen, senza dimenticare Robert Plant, Roger Daltrey e tutti coloro che hanno tributato la memoria di Mercury al Wembley Stadio nell’Aprile del 1992.
Un gruppo che, coscientemente, ha osato, incarnare quell’idea di “camp” (termine derivato dal francese che magistralmente definisce il cattivo gusto vestito però di sana ironia) alla radice di ogni speculazione colta, scoperta come semplice intuizione (o se si preferisce “sensibilità”), in ultima analisi lontana da ogni forzatura o macchinazione intellettuale.
La sensibilità di una band che ha vissuto anzitutto inebriata dal suo stesso lavoro, dall’irripetibile incontro di quattro entità perfettamente sintonizzate fra loro, e che per questo non hanno avuto altra alternativa, se non quella di donarsi senza alcuna remora o sosta.

E uno dei loro regali più sfarzosi, impacchettato con metri di tulle e fiocchi sgargianti, arrivo il 21 Novembre 1975, con “A Night At The Opera”, che incoronò a pieno titolo la “Regina”, che da quel momento avrebbe vissuto gli splendori di un regno durato per quasi un ventennio.

Festoso, regale, magniloquente, seminale, eclettico e costosissimo: sono solo alcuni fra gli aggettivi che si potrebbero utilizzare per definire quel disco, ma attenzione: spesso, prima di poter godere della più calda e corroborante luce del giorno, si devono superare ripetute notti di tenebra e tempesta. Per questo motivo, parlare di “..Opera” non significa soltanto rendere omaggio a uno fra i più noti e bizzarri album della storia del rock, ma fissare un preciso momento nello spazio e nel tempo: quell’istante estremamente delicato e cruciale in cui una band si trova, per la prima volta nella sua carriera, a un bivio, dilaniata dalla consapevolezza della propria capacità, eppure così vicina a sbattere il muso contro il muro gelido e durissimo di un vicolo cieco.

Siamo agli inizi del 1975, i Queen hanno all’attivo ben tre album che non hanno mancato di suscitare consensi per l’unicità del loro sound, incarnato sia dalla particolarissima voce di Freddie Mercury che dal suono irripetibile della chitarra di Brian May (nel vero senso della parola, visto che la “Red Special” era stata costruita dallo stesso Brian nel 1963, insieme al padre Harold).
La band si era fatta un nome grazie all’incontenibile carica adrenalinica dei loro live, complice l’aver fatto da spalla a uno fra i più celebri gruppi dell’epoca, i “protetti di Bowie” Mott The Hopple, ma anche grazie ad hit assassine come “Seven Seas Of Rhye”, “Now I’m Here” e (per l’appunto) “Killer Queen”.

Una condizione sulla carta più che entusiasmante, dietro la quale però si cela una realtà ben diversa, funestata da una situazione economica demoralizzante e fiaccata dalle sempre più evidenti asperità tra la band e l’ex manager Norman Sheffield, che aveva gestito la band dal 1972 a pochi mesi prima. Non sarà un caso, infatti, che il primo solco di “A Night…” ricalchi i toni dell’invettiva che già aveva serpeggiato fra le note di “Flick Of The Wrist” del precedente “Sheer Heart Attack”. Dedicata all’infausto operato di Sheffield, “Death On Two Legs” apre magistralmente l’album, incanalando la rabbia e l’amarezza in un liberatorio e frenetico inno alla rinascita , in una risalita dall’Inferno, guadagnata centimetro dopo centimetro.

Parte Seconda: The new beginning.

Non sono in molti che possono testimoniarlo, ma noi, che amiamo questo mondo sappiamo come funzionano le cose, perché i fatti vanno sempre così. E anche se ognuno racconterà l’episodio in mille modi diversi, non è importante com’è andata davvero, è importante che sia accaduto. Perché, per ogni band di successo, arriva quel momento magico in cui si raggiunge la cima e le regole non sono più le stesse.

Puoi guardare tutti dall’alto in basso e gli idoli di ieri sono costretti a modificare il loro atteggiamento, perché tu adesso non sei uno dei tanti, ma uno di loro.
Anzi, sei di più, perché tu sei la nuova gallina dalle uova d’oro e le attenzioni sono tutte per te, adesso tocca a te avere i riflettori puntati. Fino a quando qualcun altro non prenderà il tuo posto.

Ma fino a quel giorno sarai tu a guidare le danze. E quel giorno per i Queen arriva il 31 Ottobre del 1975, quando negli uffici della EMI una telefonata annuncia che il singolo “Bohemien Rhapsody/I’m In Love With My Car” è al primo posto della classifica inglese (ci sarebbe rimasto per nove settimane consecutive, una specie di record) e che la band è invitata al “Top Of The Pops”.
Ma il gruppo, che è in tour Inghilterra, non può rispettare l’appuntamento, manda così un filmato, che verrà proiettato in sua rappresentanza.

Il video, girato in sole quattro ore, montato in fretta e costato solo 4.500 sterline, è il prototipo del filmato promozionale (ma non certo il “primo videoclip” della storia come qualche critico di poca memoria scrisse) e ancora oggi risulta efficace, con i suoi chiaroscuri, i volti dei quattro musicisti che appaiono, scompaiono e si sovrappongono nella parte operistica, nel girovagare di cori e voci.

Dopo il duro lavoro fatto in studio per costruire (con l’insostituibile apporto del produttore Roy Thomas Baker) il disco che la band aveva sempre sognato, Freddie Mercury non si scompone più di tanto e, con il suo fare tra il beffardo e l’ironico afferma: “Sapevamo che la gente ci avrebbe apprezzato prima o poi, si trattava solo di capire quando. E adesso è successo.”
Ma, dietro tanta euforia, c’è chi non dimentica gli stenti iniziali e recenti, infatti Roger Taylor sentenzia: “Prima di A Night At The Opera stavamo attraversando un momento veramente difficile, il disco prima aveva venduto benissimo, come il singolo Killer Queen, ma noi eravamo in bolletta, fino a quando ci siamo chiesti perché.”

Il nostro manager è morto, ce lo siamo lasciati alle spalle come ci si libera degli escrementi” replicherà Freddie Mercury, che si “purgherà” del risentimento e della truffaldina gestione del precedente management con un brano, il già citato “Death On Two Legs” che addirittura Brian May definirà “Fin troppo ostile e pieno di veleno – il testo recita ‘You’re a sewer rat decaying in a cesspool of pride…A dog with desease” – ma Freddie non accettò di limare neanche un aggettivo.”

Parte Terza: Music & Business.

Per uscire dal pantano di una situazione grottesca (la band ha successo ma non ha una sterlina!) viene contattato Peter Grant, l'uomo dietro i risultati strepitosi (anche in termini economici) dei Led Zeppelin, che propone loro di firmare con la Swan Song, soluzione non attuabile visto il contratto già esistente con la EMI; Grant allora gli suggerisce Peter Rudge, che non risponderà al gruppo, e John Reid, un professionista non più giovanissimo, ma che aveva lavorato molto bene con Elton John.
Reid si presenta con una sola ficcante frase: “Io risolvo la questione finanziaria, voi entrate in studio e registrate il miglior disco che abbiate mai fatto.”

E le cose vanno esattamente così, anche grazie ai servigi del noto avvocato Jim Beach, che dovette trovare cavilli per invalidare ben tre contratti di registrazione con i Trident Studios di proprietà dell'ex manager Norman Sheffield, che portarono anche all'annullamento di un tour, con una perdita economica ingente, per un totale di 100.000 sterline di penale e il pagamento dell'1% dei guadagni per i successivi sei album del gruppo.

Quando nel Luglio del 1975 (dopo che Mercury aveva trovato il tempo di produrre e fare i cori nel singolo “The Man Fron Manhattan” di Eddie Hawell, mentre Roger Taylor aveva suonato la batteria in un pezzo della pop band Fox) i quattro affittano ben sei studi diversi, per le emicranie dei contabili della EMI (che già aveva saldato la penale con la Trident, trattendendola dai futuri guadagni), sanno che ne usciranno con quacosa di speciale, che forse non avrà il successo sognato, ma rispecchierà pienamente ogni loro desiderio e capriccio in fase produttiva e compositiva, regalo che a una rock band capita poche volte di ricevere nella vita.

Il batterista ricorda quelle settimane negli studi Rockfield di Newport nel Galles: “Credo che a livello inconscio eravamo influenzati dagli ultimi Beatles, quelli meno pop ma capaci di fare album eclettici come Revolver, Rubber Soul e Abbey Road. Era proprio così che volevamo essere: imprevedibili!”
Brian May (che stava lavorando da solo nei Sarm Studios e aveva appena gentilmente, e fortunatamente, rifiutato di entrare negli Sparks), dispensa meriti anche ad altri protagonisti del disco: “Fin dal primo disco abbiamo lavorato in studio come Mike Stone. Era apparentemente un ragazzo timido, che chiedeva permesso per ogni cosa, ma è sempre stato un tecnico straordinario, un genio non celebrato, con dei colpi di intuito incredibile se pensi a quanto era giovane. Lui e Roy Thomas Baker erano una grande squadra, ci hanno permesso di essere liberi e creativi.”

Oggi verrebbe concessa tanta libertà ad una band, soprattutto per pubblicare un disco che all'epoca era il più costoso della storia del rock? A decenni di distanza la risposta pungente la dà John Deacon (che entrò in studio da fresco papà di Robert): “Oggi gli stadi li riempiono anche ciò che resta dei Queen, ma non una band degli ultimi dieci anni.”

Proprio la libertà di sperimentare tutti i “trucchi” e le possibilità dello studio di registrazione (che avevano un terzo della tecnologia che si può trovare oggi ovunque!) fu la polvere magica che permise a quattro ragazzi, che non erano solo semplici rocker, di sguinzagliare tutto il loro talento.
Freddie si era preso intere settimane per incidere le parti vocali, sovraincisioni comprese, nei noti Roundhouse. “Ma la cosa straordiaria è che lui aveva sempre tutto chiaro nella mente, si trattava solo di capire quale fosse la strada migliore per concretizzare le sue idee. Ogni coro, ogni doppia voce, ogni falsetto era già disegnato nella sua testa. La cosa straordinarie è che assemblare ed editare materiale così complesso era in realtà molto facile perchè Freddie aveva una innata capacità di eseguire i cori sulle tonalità diverse esattamente con la stessa intonazione, correvano perfettamente appaiati, al punto che non era necessario nemmeno fare i fading, perchè le note sfumavano naturalmente”, così racconta Baker, il produttore che aveva il compito di assemblare tutti i nastri dei singoli strumenti che piovevano sulla sua consolle.

Freddie si presenta negli studi della EMI e insiste che Bohemian Rhapsody, in tutti i suoi 5:55 minuti, venga pubblicata come singolo apripista, ma i manager della label ascoltandola non facco che chiedere a Freddie “Ma dov'è il ritornello?” e quindi rifiutano la proposta.
Il cantante, piccato consegna una copia del brano al DJ di Capital Radio Kenny Everett, che inizialmente ne trasmette solo dei brevi estratti, poi, sommerso di telefonate, finirà per passarlo 14 volte in una sola giornata!

Lo stesso escamotage la band lo giocò negli USA con la RKO, ottenendo i medesimi risultati. Paradossale: le radio erano già impazzire per un pezzo che, secondo i boss della EMI, non sarebbe mai stato trasmesso! Il 31 Ottobre il singolo è nei negozi e, ad oggi, ha venduto oltre 2.150.000 copie.

Parte Quarta: The road to legend.

Quando il 21 Novembre (in USA uscì il 3 Dicembre), “...Opera” è nei negozi, già si parla dei Queen come dei nuovi Led Zeppelin, ma a Taylor il paragone non piace: “E' una cosa che non ho mai accettato, anche perchè, in America, questa eredità veniva vista come una cosa negativa. Nei primi anni di carriera era il loro modi di dirci che non valevamo niente.”

A Natale i Queen possono vantare un album e un singolo ai primi posti delle classifiche in patria e l'avvenimento viene festeggiato con un tour britannico che li consacra come star assolute. Un tour aperto il 29 Novembre con quattro serale sold out all'Hammersmith Odeon (lo stesso teatro li ospiterà il 24 Dicembre) con uno show trasmesso nel programma della BBC “The Old Grey Whistle Test” e su Radio One.

I Queen sono in ascesa, tutto è molto veloce e incontrollabile, come ricorda John Deacon: “Erano passati solo pochi mesi dall'ultima volta che eravamo stati in America, ma in quel nuovo tour, iniziato a fine Gennaio del 1976, tutto era diverso, l'accoglienza agli aeroporti, dei fans, ma anche degli organizzatori, l'interesse dei media. A Marzo eravamo in Giappone – dove in due occasioni suonarono anche due concerti al giorno, al pomeriggio e alla sera – e un mese dopo in Australia, dove con soli otto concerti cancellammo tutte le pesanti critiche del tour precedente. Tutto stava volgendo al meglio per noi. A New York, in una pausa, gli altri tre fecero i cori per 'You Nearly Did Me in' su 'All American Alien Boy', disco solista di Ian Hanter dei Mott The Hopple. Io non cantai, ma restai ugualmente in studio: al basso c'era il grande Jaco Pastorius!”

Il tour mondiale si concluse con un'esibizione gratuita all'Hyde Park di Londra, davanti a 150.000 persone. Il flusso di “...Opera” (che vende 250.000 copie in breve tempo, diventa disco di platino e resta nelle classifiche americane per ben 56 settimane consecutive) continua fino al 18 Giugno del 1976, quando viene pubblicato il singolo You're My Best Friend/'39, che si piazza in settima posizione, diventando disco d'argento.

In mezzo a tutta questa atmosfera festante (Brian May trova anche il tempo di concludere l suo PHD in astronomia e di sposarsi con Chrissy Mullen), con tanto di annuncio di ringraziamento ai fans sulla rivista Sounds, ci sono da registrare solo due sussulti di tristezza.

Il fan club, che era stato uno dei motivi di vanto dell'ascesa della band, con oltre 20.000 iscritti, perde le due colonne, Pat e Sue Johnstone, che si licenziano perchè ritengono di non essere state valorizzate (probabilmente gli fu negato un piccolo aumento di stipendio) in questo momento di successo.
Inoltre, le strade dei Queen e di Baker si dividono ma la scelta è consensuale e amichevole. “Era arrivato il momento di provare a camminare da soli. Abbiamo tante cose da provare e non sempre tutto si può spiegare ad una persona al di fuori dela band. Vogliamo sfidarci e superare un altro limite”, disse May all'epoca, e Baker confermò: “Avevo voglia di cose nuove, non volevo sentirmi troppo vincolato ad una sola band, ad un unico suono.”

Non si spezza invece il sodalizio con il tecnico del suono Mike Stone, che nel capolavoro successivo, A Day At The Races, fungerà quasi da aiuto produttore, ruolo che tocca al gruppo.
Le riviste musicali a inizio del 1976 pubblicano i referendum dei giornalisti e dei lettori ed è un plebiscito per i Queen, che vincono numerose categorie e si apprestano a ridissegnare le gerarchie del rock, pronti a conquistare il mondo. O, come dirà Freddie, sempre fra il serio e il faceto: “Per raggiungere il ruolo naturale che spetta a una Regina: governare e dominare”.

Parte Quinta: l'analisi di alcune canzoni.

Lazing On Sunday Afternoon: con il suo sapore anni 20, che rimandava ad altri esperimenti come Bring Back That Leroy Brown su Sheer Heart Attack o Good Company e Seaside Randevouz sullo stesso “...Opera”, Lazing è la conferma della voglia di stupire del gruppo.

Il tecnico del suono Gary Lions ricorda: La patina di antico che la band voleva dare al pezzo è naturale e non è stata ottenuta attraverso la tecnologia dello studio, semplicemente perchè non ne esisteva una adatta. Provammo a far cantare Freddie attraverso un megafono, come appunto facevano i cantanti di varietà per amplificare la voce, ma l'effetto era orribile e compresso. La sua voce registrata in studio venne quindi inviata a un paio di cuffie, che stavano dentro una scatola di latta; mettemmo un microfono nella scalota e registrammo il suono esattamente come puoi sentire nel brano!”

You're My Best Friend: scritta da John Deacon, sotto insistenza di Freddie che, ben conscio delle liti per motivi economici che avevano portato più di una grande band alla rottura, spingeva affinchè ognuno dei Queen componesse, così da avere delle buone percentuali di diritto d'autore.
John uscì dalla sua timidezza (precedentemente aveva firmato solo la breve Misfire per Sheer Heart Attack e collaborato a Stone Cold Crazy), con uno dei suoi consolidati pezzi vincenti, quelli che nel futuro ci avrebbero sorpresi, come Spread Your Wings, le romantiche You And I e in Only Seven Days, la spagnoleggiante Who Needs You e, ovviamente, i megahit Another One Bites The Dust e I Want To Break Free.

John propose la canzone suonandola così come l'aveva composta a casa, al piano elettrico Wurlitzer, su cui stava imparando a suonare il pianoforte.
Mercury definì il Wurlitzer come “uno strumento orribile, piccolo e brutto” e non ne volle sapere di inciderla, preferendoche fosse lo stesso Deacon a suonare il piano.

Meglio così, come ricorda Roy Thomas Baker: “Fu una benedizione, John se la cavò in poche prove, non era maniacale come Freddie.”
'39: leggera e commovente ballata folk con i suoi intrecci acustici e con il contrabbasso di Deacon in evidenza, per essere il retro di un singolo ha funzionato benissimo, trovando molto spazio nelle radio, tanto da sfidare il lato A You're My Best Friend.
May ricorda: “Spesso la ballala folk è usata per raccontare il passato o narrare storie di marinai, soldati, etc. Pensai che sarebbe stato inusuale usare questo mezzo per parlare di qualcosa che invece accadrà nel futuro. In realtà non è una vera storia di fantascienza, ma un brano sul tempo e sul vivere il momento, con questi esploratori che partono per lo spazio e, al loro ritorno credono sia passato solo un anno, quando invece, per la teoria della relatività, ne sono passati cento e tutti coloro che conoscevano e amavano ormai non ci sono più. Anche qui riempimmo il pezzo con i cori, per dare anche quell'effetto 'spettrale' tipico dei film di fantascienza degli anni 50. Roger compì un vero e proprio tour de force con le note acute, cosa che lo lasciò letteralmente senza fiato al termine della parte centrale.”

Nella tracklist la band volle giocare con sé stessa e, se contate tutti i loro brani apparsi su un album, vi accorgerete che '39 arriva esattamente alla trentanovesima!
Bohemiah Rhapsody è un classico che sconfigge le leggi del tempo. Mercury e i Queen possedevano uno stile unico, impossibile imitarli! (Ozzy Osborne). Basta dire che ci sono 180 sovraincisioni vocali, costate oltre tre settimane di lavoro in cinque studi diversi, per dare la dimensione della grandezza di questo brano, sorta di opera rock in versione ridotta a 5:55 di grandeur.
Thomas Baker precisa: “Dodici ore al giorno di lavoro per sette giorni con Freddie che ogni tanto aggiungeva e toglieva qualcosa. È passato alla storia come il singolo più costoso di sempre e probabilmente è vero, ma chi lo comprava faceva un affare, pagava per un singolo e aveva quattro canzoni: una sul lato B e tre sul primo lato, perchè Bohemian Rhapsody ha tre atti, piano, rock e opera.”
E aggiunge: “Pensavamo di aver quasi finito, poi arrivava Freddie e diceva: 'Ho deciso di aggiungere qualche altro Galileo, mio caro...'”.
Quando Mercury la propose alla band, aveva già ben chiara tutta la struttura e le settimane di registrazione (che erano state precedute da altre tre di prova) furono in gran parte spese a completare la parte operitistica, che richiese continue sovraincisioni, date le limitazioni del mixer del tempo, che conteneva solo 24 tracce.

Secondo alcune recenti dichiarazioni di Mary Austin, storica fidanzata di Freddie e unica donna ad averlo veramente conosciuto, il brano potrebbe essere visto come un addio a lei, da parte di un Freddie che, intrecciando le prime relazioni omosessuali, aveva 'ucciso' il loro amore e ora doveva 'scappare e stare solo'. La donna tradita risponderebbe nella parte finale del pezzo con 'So you think you can love me and leave me to die...', ma, anche qui, siamo nel campo della pura accademia.

Nel 1977 Bohemian Rhapsody è stato votata come il miglior singolo degli ultimi 25 anni, mentre nel 2000 è stata eletta canzone del secolo del Regno Unito. È l'unica canzone ad aver raggiungo il n. 1 in Inghilterra in due epoche diverse, nel 1975 (dove rimase in cima per nove settimane) e nel 1992 (cinque settimane dopo la morte di Freddie Mercury).

Parte Sesta: Illustri assenti.

Forse non tutti sanno che dalle sessioni di registrazione di “...Opera” sono state scartate ben sei canzoni: “Woe”, “And Baby Will Fall” (che avrebbe addirittura dovuto chiudere il disco), della coppia May/Mercury, “All For Nothing” di Deacon e “Any Given Day”, scritta e cantata dal chitarrista, che dirà: “Dopo tante discussioni è toccato a me rinunciare.”

Ma fra le outtakes, ci sono addirittura “Tie Your Mother Down” (che venne in parte registrata) e niente meno che “We Are The Champions”!
Mercury stava lavorando a questo brano proprio durante la realizzazione di Bohemian Rhapsody, ma alla fine fu temporaneamente accantonato perchè non ritenuto in totale sintonia con il resto dell'album.

Definita dallo stesso Freddie come una sorta di personale “My Way” (brano famosissimo di Frank Sinistra, n.d.r.), in effetti la canzone assume ben altri significati se rapportata al difficile periodo che la band stava affrontando proprio prima dell'uscita di “ A Night...”

Il pezzo trovò la sua naturale collocazione in “News Of The World” del 1977, dando il via ad una campagna di ostilità della stampa nei confronti del gruppo, ormai considerato talmente eccessivo da autoincensarsi con brani dal simile titolo.

Parte Settima: Logo e non solo.

A suo modo enigmatica, la copertina di A Night At The Opera è stata senz'altro un ulteriore veicolo di sedimentazione dei Queen nell'inconscio collettivo.
Freddie mise i suoi talenti di ex grafico al servizio di un'idea semplice ed efficace: non un semplice logo, ma qualcosa che, a livello subconscio, parlasse della band.

E allora ecco: riunire intorno alla “Q” i segni zodiacali dei membri del gruppo (i due leoni per Roger e John, il granchio che sovrasta la “Q” per Brian, le ninfette/vergini protette dai leoni, per Freddie), sovrastati da una fenice, emblema di rinascita e rinnovamento.
Si aggiunga a questo il valore spirituale e simboli che la fiamma riveste per i rituali zoroastriani (la religione di Mercury), ed eccovi una notizia in più da sfoggiare in società.

Parte Ottava: Tragedia classica.

Seguendo un'indicazione della biografia romanzata “La marcia della regina nera” (Loredana Zina Vassallo, Kaos Edizioni, 1992), la prima strofa di Bohemian Rhapsody nacque nella mente del giovane Freddie Mercury dopo un litigio furibondo con il padre, durante gli anni dell'adolescenza. Mercury scrisse una semplice annotazione su un quaderno: “Mama, just killed a man...”

Forti del fatto che fiumi d'inchiostro hanno cercato di analizzare e tradurre il più profondo e personale significato di Bohemian Rhapsody, e tenendone sempre presente il carattere di “mock opera”, cioè di scherzo, di ironia contrappuntistica intenzionata prima di tutto a destrutturare i canonici schemi della forma-canzone, ci sentiamo legittimati a seguire per un attimo l'ipotesi della pulsione viscerale del giovane Mercury, per evidenziare alcuni caratteri che accomunano questo brano sia all'archetipo edipico, che alla tragedia classica più in generale.

Attenzione, si tratta solo di un'esercizio di pura fantasia, cui ci abbandoniamo per dare un'ulteriore lettura del brano, senza ovviamente ritenerla “corretta”.

Una lettura edipica diversa da quella cara al Morrison di “The End”, ma che evidenzia tematiche come la colpa, l'esilio, la sventura e la pestilenza che conseguono al terribile gesto (l'omicidio), così come preconizzato dall'Oracolo di Delfi nella tragedia e nel mito.

Una vicenda epica e drammatica, in cui l'assassinio rimane un evento consumato fuori scena (come vuole la tradizione teatrale del V secolo, secondo Baldry), ma che incombe sugli eventi fino ad una risoluzione finale, che non può che bagnarsi nelle lacrime e nel sangue, senza possibilità di redenzione.

Si pensi poi alla struttura del brano stesso, che inizia con una sorta di “canto di parodos” (il canto con cui il coro faceva il suo ingresso nella tragedia classica, scandito da un'intonazione collettiva, su cui si innalzava il canto solista del corifeo, il capo coro), e alle analogie tematiche fra l'intermezzo operistico e i Kommoi (brani cantati dal coro e dagli attori, nel momento in cui il dramma raggiunge l'apice della tensione e del dolore), ed ecco che il gioco inizia a prendere una forma molto più intrigante.

Suggestioni, niente di più, per un monumento che non ha bisogno di interpretazioni per ergersi immutato nei decenni, comunque soffi il vento...

Parte Nona: L'impatto live.

Sebbene il fascino dei Queen faccia leva su una straordinaria forza comunicativa, che ha contraddistinto le loro esibizioni live al punto di farne una tra le più incensate e amate performing band della storia, rimane pur vero che, quando si pensa ad un loro concerto, le immagini vanno agli sfavillanti tour degli anni 80 o alla più intensa performance rock di tutti i tempi (quella del Live Aid, 13 Luglio 1985).

Ci fu però un periodo in cui i Queen vennero ammantati da un diverso stato di grazia del quale, purtroppo, le fonti ufficiali sono ancora oggi fin troppo scars. Gustoso è il filmato del “Live at Rainbow” uscito in VHS nel cofanetto “Box Of Tricks” (1992), che immortalava (seppur con qualche taglio assassino) una data nel Novembre del 1974 in cui appariva già un grande senso della teatralità nella presenza scenica di Mercury, che consegna alle masse un ipnotico campionario di scatti, torsioni e ammiccamenti, il catalogo gestuale che farà di lui un'icona.

Un perfetto equilibrio di scena, che ha come contraltare il garbato intimismo di May, ma dal quale emerge perfino l'inedito azzardo di un Deacon che si avvicina al microfono di Freddie per intonare il funkeggiate “All Day Long” di “Liar”.

Che dire poi della scaletta, costruita sulle oscure composizioni dei primi album, affascinate dal binomio luce/ombra, e ispirate alla letteratura fantasy e a misteriore elucubrazioni arcane (“Ogre Battle”, “In The Lap Of The Gods”, “White Queen”)?

È documentato anche il gig natalizio all'Hammersmith Odeon del 24 Dicembre 1975. Originariamente registrato dalla BBC, lo spettacolo ha il pregio di notifcare, a un anno dal “Live at Rainbow”, l'evoluzione della band sulla scia di “...Opera”.

Non si tratta tanto di un mutamento sostanziale nella scaletta, quanto piuttosto di un diverso atteggiamento: quello di una band che ha finalmente preso piena coscienza della sua identità. Nella speranza che le recenti dichiarazioni di May trovino conferma in una sua pubblicazione ufficiale, incrociamo ovviamente le dita.

Parte Decima: In scena!

Non abbiamo bisogno di nessun tributo. Il tributo a Freddie lo stanno già facendo milioni di fans in tutto il mondo”, disse Brian May nel 1991, eppure qualche mese dopo il mondo fu scosso dal boato della folla entusiasta da quel Freddie Mercury Tribute di Wembley che ancora fa parlare per le performance esplosive di Extreme, Guns'n'Roses, Metallica, etc., di cui tutti quanto abbiam o ancora vivo il ricordo.

Ma l'idea di un altro tipo di tributo, questa volta a tutta la leggenda dei Queen, era nata ancora prima della scomparsa di Freddie, addirittura nel 1986, subito dopo il trionfale set della band al Live Aid.
La pensata era del manager Jim Beach che faceva leva su Mercury, ben conoscendo le istrioniche doti e la voglia di esibirsi dell'eccessivo cantante, a cui la parola “teatro” faceva venire l'acquolina in bocca.

Mercury, stranamente, liquidò la cosa, forse dopo aver letto un abbozzo di copione e non esserne rimasto affatto soddisfatto.

Noi e il teatro? Sei matto? - disse al NME nel 1991 – Si, ci è stato proposto, si, ma non abbiamo mai accettato. Non permetterei mai che qualcuno indossi una parrucca più vistosa delle mie! Guardarlo dalla platea sarebbe insostenibile!”

Eppure, nel 2000 qualcosa chiama We Will Rock You, una fiaba rock con tutti gli eccessi, le meraviglie, ma anche i limiti (soprattutto di buon gusto) del musical inizia a prendere seriamente forma nella testa di Ben Elton, scrittore di successo ma a tempo perso anche attore, regista (il modesto “Maybe Baby” del 2000) e autore di musical (prima di WWRY ha scritto “The Beautiful Game”, dopo, “Tonight's The Night”, basato sulle musice di Rod Stewart), che lo propose a May e Taylor.

Odio tutti i musical” dirà Roger Taylor a Classic Rock nel 2000. Ma le idee si possono pure cambiare. WWRY debutta a Londra, al Dominion Theatre nel Maggio del 2002. Ai critici non piace affatto (“Un patetico lavoro per adolescenti di cui i Queen non sanno un bel niente!”, scrisse addirittura il Melody Maker), ma il pubbloco lo adora, tanto da farne la commedia più rappresentata di sempre a teatro.

La storia e semplice e sopra le righe, come ogni musical che si rispetti: in un lontano futuro la Terra ha cambiato nome in Planet Mail e l'omologazione, la noia e il conformismo sono la legge, mantenuti severamente dal controllo della Globalsoft Corporation.

È proibito fare musica, solo dei robot la possono fare, ma una compagnia di giovani&ribelli, i Bohemi guidati da Galileo, non ci sta e si aggrappano all'illusione di sogno di una profezia narrata dal Sognatore, che riporterà il rock'n'roll su Planet Mail. Il tutto accompagnato da 23 canzoni dei Queen.
La vita del musical prosegue fortunata, i premi come miglior spettacolo e interpreti si susseguono e lo show arriva in tutta Europa, Italia compresa.

Parte Undicesima: Fra il bianco e il nero.

Sin dal loro primo album, i Queen hanno insistito massicciamente sull'idea di chiaroscuro, di dualismo e contrasto, sintetizzata nella ricorrenza a più livello dei colori bianco e nero.

The black and the white, distinctively, colouring, houlding the world inside...” (il bianco e il nero, rispettivamente colorano e trattengono il mondo in me) canta Freddie in The Night Comes Down, mentre la copertina di “Queen” mostra fra le foto del collage sul retro due pedine degli scacchi: una regina bianca e una regina nera.

Una suggestione tanto semplice quanto incisiva, che prima di trovare la sua più chiara e riconoscibile rappresentazione nella copertina di A Night At The Opera e A Day At The Races, ha sviluppato in Queen II forse le sue più affascinanti e poetiche elaborazioni.

Convenzionalmente diviso il “lato bianco” e “lato nero”, invece dei tradizionali A e B, il secondo album della band rappresenta forse più di qualunque altro lavoro, il terreno in cui le pulsioni positive e negative sembrano concettualmente separarsi, come sotto l'effetto del filtro del Dott. Jekyll.

Così, se sul primo lato sono le composizioni di May a tracciare i sentieri sognanti che conducono alle grazie della Regina Bianca, al cui cospetto la notte impallidisce (White Queen – As It Began), sul secondo emergono le riflessioni notturne di un Mercury incuriosito da bizzarre celebrazioni (The Fairy Feller's Master Stroke, ripresa da un quadro di Richard Dadd), attratto dai moniti di un dio vendicativo (Seven Seas Of Rhye), e definitivamente soggiogato dal fascino di una terribile sovrana (The March Of The Black Queen).

(Articolo tratto dal numero dic/gen 2010 del magazine Classix)

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